Accessibilità digitale: cosa cambia nel 2026 con i controlli AgID

Il 98% dei siti presenta ancora barriere digitali. Con l’attivazione dei controlli AgID, l’accessibilità entra definitivamente tra le priorità strategiche delle aziende.

Per anni l’accessibilità digitale è rimasta un tema marginale nelle strategie aziendali: spesso percepita come una questione tecnica o normativa, raramente affrontata come parte integrante dell’esperienza digitale.

Con l’entrata in vigore dell’European Accessibility Act (EAA) nel giugno 2025, però, il contesto è cambiato. Gli obblighi si sono estesi a tutte le aziende con più di 10 dipendenti e un fatturato superiore ai 2 milioni di euro, coinvolgendo gran parte delle PMI italiane e praticamente tutti i player del digitale.
 

Dal 2026 la norma diventa operativa

Se il 2025 ha segnato l’entrata in vigore della normativa, il 2026 apre una fase ancora più concreta, quella dei controlli.

AgID - l’Agenzia per l’Italia Digitale, autorità italiana di vigilanza sull’EAA - ha attivato la propria piattaforma pubblica per le segnalazioni di non conformità. Oggi chiunque può segnalare un sito non accessibile tramite SPID.

Dal 2023 a giugno 2025 AgID ha già valutato oltre 250.000 siti web, 41 milioni di pagine e quasi 6 milioni di PDF. Solo nel secondo semestre del 2025 sono stati circa 30.000 i siti analizzati. Le dichiarazioni di accessibilità pubblicate dal 2020 superano quota 84.000, di cui 18.000 nei primi sei mesi del 2025.
 

Cosa rischiano le aziende che non si adeguano

Il quadro sanzionatorio previsto dall’EAA, recepito anche in Italia, è tutt’altro che simbolico. Le aziende inadempienti possono andare incontro a sanzioni fino al 5% del fatturato annuo, oltre a diffide e obblighi di adeguamento con tempistiche stringenti. Nei casi più gravi, è prevista anche la sospensione dell’attività digitale non conforme.

AgID può intervenire sia a seguito di segnalazioni sia attraverso controlli a campione, senza preavviso.

A questo si aggiunge l’obbligo di pubblicare e mantenere aggiornata la Dichiarazione di Accessibilità: un documento pubblico, verificabile e soggetto a controllo. La sua assenza - o un aggiornamento incompleto - costituisce già una non conformità.
 

Il rischio reputazionale

Le sanzioni economiche sono l’aspetto più evidente. Ma esiste un rischio meno visibile, e spesso più impattante: quello reputazionale.

Un’azienda che comunica inclusività, attenzione alle persone o sostenibilità, ma offre esperienze digitali che escludono parte degli utenti, crea una contraddizione sempre più visibile.

Con l’attivazione della piattaforma AgID, questa distanza tra valori dichiarati ed esperienza reale diventa anche pubblica e tracciabile. Per questo il tema dell’accessibilità non riguarda più soltanto la compliance: riguarda la coerenza del brand.

 

Una scelta strategica

In breve quindi l’accessibilità digitale è la capacità di un sito, un’app o un servizio online di funzionare davvero per chiunque, indipendentemente da abilità fisiche, cognitive o sensoriali.

Oggi esistono standard internazionali precisi — le WCAG (Web Content Accessibility Guidelines) — che definiscono criteri concreti e misurabili per valutare l’accessibilità di un’esperienza digitale.

In Italia il tema riguarda direttamente circa 13 milioni di persone con disabilità e 14 milioni di over 65: quasi un quarto della popolazione, spesso messa in difficoltà da interfacce progettate senza considerare esigenze differenti.

Ma il perimetro è ancora più ampio e riguarda situazioni comuni e quotidiane: una persona su tre, almeno una volta nella vita, sperimenta una disabilità temporanea: un braccio ingessato, un intervento agli occhi, un periodo di forte affaticamento.

 

Qualche esempio

Le barriere più diffuse non sono invisibili. Sono semplicemente ignorate.

  • Uno screen reader che legge “img_hero.jpg” invece di descrivere un’immagine.
  • Un form di checkout che non può essere navigato senza mouse.
  • Un video senza sottotitoli.
  • Un PDF pubblicato come immagine scannerizzata, illeggibile per chi utilizza tecnologie assistive.
  • Testi con contrasto insufficiente che diventano difficili da leggere per chi ha problemi visivi.

Ognuna di queste barriere ha un costo concreto: un acquisto non completato, un cliente perso, un’esperienza che difficilmente verrà ripetuta.

 

Accessibility by Design: un approccio

Accessibility by Design significa integrare l’inclusione nel processo progettuale fin dall’inizio, e non aggiungerla dopo, quando il sito è già online e le barriere sono già state costruite.

Significa che designer, sviluppatori, copywriter e marketer condividono una stessa domanda: questa esperienza funziona davvero per tutti?

Il risultato è un prodotto digitale strutturalmente migliore. Più chiaro, più veloce, più usabile. È anche il motivo per cui l’accessibilità migliora la SEO, riduce il tasso di abbandono e aumenta le conversioni: un design davvero inclusivo è per definizione più efficace.

Come affrontare il percorso

Adeguarsi non significa riprogettare tutto da zero. Significa capire dove si trovano le barriere, definire le priorità corrette e costruire un percorso sostenibile nel tempo.

Per questo Webranking collabora con Eye-Able, integrando competenze strategiche, UX e tecnologia di monitoraggio dell’accessibilità digitale.

Il lavoro si sviluppa tipicamente in tre fasi:

  • analisi e audit
  • remediation delle criticità
  • monitoraggio continuo

L’obiettivo non è solo rispondere ai requisiti normativi, ma migliorare concretamente la qualità dell’esperienza digitale: usabilità, chiarezza, performance e inclusività.

 

Questo articolo è stato scritto in collaborazione con Eye-Able, piattaforma tecnologica leader in Europa per l’accessibilità digitale

 

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